Da “Giallorosso”, 25 settembre 1966 Come tutte le cose — “quelle di sempre” — avevi superato la ruvida scorza romagnola e ci eri entrata nel cuore, “cara vecchia Darsena”. Lo scopriamo oggi dandoti l’addio! — Sempre così! — Ci si accorge di avere amato solo un attimo prima di abbandonare una delle “cose di sempre”.
Ti eravamo tutti nemici! — Eri vecchia, brutta, indecorosa, inadeguata. Ci siamo organizzati — a tutti i livelli abbiamo combattuto contro di te — abbiamo vinto. Oggi ci affacciamo dalle gradinate di uno stadio che fa inorgoglire la parte dei nostri petti. Finalmente! Finalmente un campo come si deve. Perdi il confronto in tutto — “lui” è giovane, bello, decoroso, adeguato. Ma mai come oggi, mentre ti sconfiggiamo coi cervelli… mai come oggi abbiamo pensato a te con tanta tenerezza. Sentirai forse di lontano il grido dello stadio. Stenterai a riconoscere le voci che ti furono tanto familiari. Siamo sempre noi — i tuoi ex ragazzini che venivano a sognare glorie sportive tra l’abbraccio dei tuoi alberi. Ogni volta che tornavamo da te, era un po’ come riviverli questi antichi sogni. Ecco perché il nostro grido non fu mai ruggito. Anche i sogni si rivivono in silenzio. Ora, lontano da te, anche noi troveremo un ruggito. Devono finire i tempi in cui gli altri “i faseva i su còmud in cà nostra”. Perderai anche un altro confronto, “quello sportivo”. Non subito, ma certamente presto, le tue glorie saranno sostituite da altre glorie. Non tutti ci capiranno subito.
Ma quelli che, come noi, molti anni fa marinarono anche solo per una volta la scuola, correndo da Fantoni per imparare a calciare “di paletta”; quelli che hanno giocato partite di cinque ore sui tuoi campi spellati; quelli che hanno sciorinato tutto il nostro malizioso dialetto quando il “Comune” si giocò l’onore dopolavoristico e la gita premio alla Fiera di Milano al gol di quel Cesarini che risponde al nome di Giulio Sama “il più grasso postino del mondo”; quelli che a quel gol soffrirono e quelli che dissero: “Adess andì a la fira dè Borgh Saroch”; quelli che dettero tutto quando tu eri ancora una ragazzina, due nomi per tutti: Pironi e più di tutti il povero dottor Guberti, poi, mille altri resteranno sempre con te.
Torneranno comunque tutti da te, uno alla volta, in privato, con le mani sprofondate nelle tasche; risentiranno il fruscio della tua erba, raccoglieranno distrattamente una margherita sicuri di non essere visti, e col pretesto di riposarsi un po’ si sdraieranno all’ombra dei tuoi alberi; chiuderanno gli occhi e rivivranno con te migliaia di battaglie e molti giorni felici. Tu lo sai, vecchia, brutta, indecorosa, inadeguata, cara Darsena, che torneranno tutti. Non lo dirai a nessuno perché ci conosci, siamo brontoloni ma tanto timidi. Ti basterà rivederci di tanto in tanto, così non morirai mai. L’abbraccio grande dei tuoi alberi conserverà dentro di te i sogni di mille e mille ragazzini. Questa è la tua vittoria, quella, che mai lo stadio nuovo potrà scolorire, e sarà la più bella perché usciremo tutti vincitori. Addio cara vecchia. Diremo ai ragazzini di domani: “C’era una volta…”. Vincenzo Bandini
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