giovedì 9 settembre 2010

 
           
 
 
 
 
 
 
 
 

:: NOSTALGIA ::

 

[14/02/2007] - Autore: -W-

 

da “La Santa Milizia” (settimanale del Fascio ravennate),19 settembre 1931



Quest’anno i “giallo-rossi” concittadini combatteranno le loro battaglie calcistiche al nuovo polisportivo.

Lo stadio è bello, grandioso.

Dall’alto dell’ampia ed elegante tribuna coperta si domina il verde perfetto del campo di gioco incastonato nel nero anello della pista podistica, cinta a sua volta dalla bianca sorella maggiore: quella trottistica. Dirimpetto, linde e numerose, si allineano le scuderie; in un angolo occhieggia tra gli alberi il civettuolo campo di tennis; tutto attorno, lungo l’interminabile muro di cinta, è una fascia ininterrotta di verde; lontano, le storiche torri e gli artistici campanili si levano innumeri, dal rosso cupo dei tetti della città.

Il luogo è magnifico, suggestivo.

Ma la nostalgia del nostro vecchio e caro campo, cinto, per tre quarti della sua estensione, da una quadruplice fila di tigli, e posto all’ombra della mole austera della basilica di S. Maria in Porto e della snella Loggetta Lombardesca, una delle gemme artistiche più fulgide che vanti la nostra immortale città, non ci abbandona e mai ci abbandonerà.

Ora questo campo, teatro di tante battaglie sportive, è in piena smobilitazione.

Non più le care e famigliari tribune in legno, dalle quali, per tanti e tanti anni, si levò il grido di incitamento e di passione degli sportivi cittadini verso gli undici ragazzi che combattevano e vincevano nel nome di Ravenna; ma il parterre desolatamente deserto, solamente segnato dai solchi delle divelte palafitte. Non più, attorno al rettangolo verde, la cornice compatta e vociante, rumorosa ed entusiasta, degli sportivi locali; ma soltanto qualche tifoso, affetto da nostalgia, che, quasi senza accorgersene, torna ancora una volta in quel luogo e malinconicamente vi sosta, rievocando il passato. Non più, in campo, undici atleti in giallo-rosso lanciati verso la vittoria; ma pochi ragazzotti che pigliano allegramente a pedate un vecchio pallone fuori uso.

E’ doloroso dover abbandonare per sempre il luogo dove tanto si è combattuto, sofferto e gioito, dove tante volte si è salutato vittorioso il glorioso, fiammeggiante gagliardetto dai colori cittadini.

E’ doloroso lasciare quel campo che vide i primi passi dell’attività calcistica ravennate, che vide i primi timidi calci sferrati al pallone di cuoio dagli allora pochissimi cultori di questo sport, che conobbe la gioia delle prime vittorie.

Poi il gioco del calcio cominciò lentamente, ma inesorabilmente ad appassionare le folle. Quei pochi divennero schiera, la schiera divenne falange, la falange moltitudine.

Ed il campo di S. Maria in Porto vide battaglie sempre più avvincenti, vittorie sempre più entusiasmanti.

Fu testimonio dei primi strenui duelli con le consorelle romagnole; gioì delle prime affermazioni sulle compagini di Faenza e di Forlì, le città che, assieme a Ravenna, furono, e lo sono tuttora, le vessillifere del calcio di Romagna.

Quel campo, quattro anni or sono, in una indimenticabile giornata di maggio, in un trionfo incancellabile di sole e di sport, ebbe l’onore di ospitare la “nazionale” italiana, quell’eletto manipolo di atleti che, quattro giorni dopo, fasciati della maglia azzurra fregiata sul petto dello scudo sabaudo e — per la prima volta — del segno del Littorio, davanti alla Maestà del Re, consacravano alla vittoria il Littoriale di Bologna costringendo sulle ginocchia la squadra granata di Zamora e incidendo una delle pagine più smaglianti e luminose sul libro d’oro del calcio nazionale.

E’ stato testimone, quel campo, delle cento e cento battaglie disputate militando nella III.a Divisione; ha visto il famoso campionato delle dodici vittorie su dodici partite disputate, che ci vide maramaldeggiare in casa e fuori e che ci portò alla II.a Divisione; ha assistito al finale bruciante della squadra giallo-rossa, quando, sgominando gli ultimi due avversari sotto una valanga di 17 palloni, si conquistò di prepotenza il posto nella I.a Divisione, dopo aver dimostrata, durante l’intera annata, la sua chiara e indiscutibile superiorità su tutte le consorelle del girone.

Rivedendo quel campo tornano alla memoria, in folla, i ricordi di tante vittorie e le figure di tanti loro artefici.

Nomi cari di giocatori ormai non più sulla breccia e di giovani ancora militanti, nomi cari di ragazzi nati e cresciuti all’ombra delle nostre mura e di giocatori importanti dei centri vicini, nomi cari di atleti che, veterani e ragazzi, ravennati e forestieri, tutto diedero con slancio e passione, tutto profusero nella lotta, purché la vittoria si vestisse di giallo e rosso.

Ed ora questo campo così caro al nostro cuore di sportivi e di Ravennati, questo campo considerato nostro massimo orgoglio, uno dei più corretti e sportivi di tutta la I.a Divisione, questo campo che per tanti anni ci ha accolto ed è stato testimone della nostra passione, dei nostri entusiasmi, delle nostre sofferenze, della nostra gioia, ha chiuso ufficialmente i battenti.

Non più vi andremo ad incitare le casacche giallo-rosse, non più vi andremo ad urlare la nostra passione sportiva, non più vi andremo ad alimentare la nostra purissima fiamma di fede e di battaglia.

Non è più l’“arrivederci” che gli si dava in giugno a fine campionato, quando a malincuore lo si lasciava per i pochi mesi del solleone; ma è l’“addio”, quello che gli si dà!

E’ un addio accorato e velato di malinconia.

Nelle nostre ore di nostalgia quando volentieri ci si tuffa nell’onda dei ricordi e, rivivendo con gioia il passato, si pensa con dolcezza mai provata alla scuola ove si apprese a sillabare le prima parole, alla propria casa ormai scomparsa, alla città talvolta lontana, riaffiorerà, fra questi sacri ricordi, anche il verde, amico ed indimenticabile campo di S. Maria in Porto.

Al suo posto sorgerà — forse — un giardino pubblico.

E noi, vedendo un giorno, in quell’oasi di pace e di tranquillità, un fanciulletto prendere a calci, sotto l’occhio vigile della mamma, la propria multicolore palla di gomma, ci parrà, ai nostri occhi velati di nostalgia, che quella sgargiante sfera dei passatempi infantili si muti in un bruno pallone di cuoio; ci sembrerà che il piccino ingigantisca e non indossi più la candida blusetta ma la gloriosa casacca giallo-rossa, e non calzi più i minuscoli sandali ma le scarpe pesanti a bulloni.

Perderà, quel bimbo, la sua espressione infantile e la sostituirà col maschio e rude profilo dell’altleta.

Si moltiplicherà quella figura, in due, in tre, in dieci altre, tutte simili a lei.

Spariranno le aiuole fiorite ed i vialetti inghiaiati, ed il campo tornerà tutto verde come un giorno.

Ed allora ci riapparirà la visione di undici atleti, inguainati nella loro fiammeggiante maglia rossa listata di giallo, protesi nella battaglia, mentre rintronerà, ancora una volta, ai nostro orecchi l’urlo di gioia dei tifosi che salutavano la vittoria della loro squadra, della nostra squadra!



Attilio Cavezzali